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Dimenticare Santapaola
di Luciano Granozzi* | 10/10/2008 | 14 commenti |
Un detenuto sottoposto al regime del 41 bis scrive una lettera al più importante giornale cittadino per far pressione sugli organi giudiziari competenti, appellandosi all’opinione pubblica. Succede, a Catania “Sono Vincenzo Santapaola...”. La lettera pubblicata giovedì 9 ottobre a pag. 37 del quotidiano “La Sicilia”, senza un rigo di commento, induce a porsi alcune domande. Viene da chiedersi, innanzi tutto, se ci sono precedenti. A quanti dei detenuti sottoposti al regime del 41 bis è stato concesso di far pressione sugli organi giudiziari competenti appellandosi all’opinione pubblica? Quel che è normale e civile nei casi giudiziari controversi, allorché la pubblica proclamazione di innocenza appare come un diritto inalienabile dell’imputato, finora è stato negato ai macellai di Cosa nostra. Adesso un elementare spirito di equità dovrebbe far sì che l’iniziativa del direttore de “La Sicilia” inauguri una stagione in cui le “lettere dal carcere” e i più svariati appelli dei Totò Riina, dei Bernardo Provenzano o dei Ciruzzo 'o milionario trovino convinta ospitalità sui quotidiani nazionali. In cosa consiste dunque l’opportunità giornalistica della pubblicazione integrale della lettera dal carcere di Santapaola jr.? Che non nomina mai il padre, che tace sulla tragedia dell’assassinio della propria madre da parte di Giuseppe Ferone detto Cammisedda, intenzionato a vendicare l’uccisione del padre e del figlio ad opera di sicari dei Santapaola? Sullo sfondo di questa storia di orrori che il lettore de “La Sicilia” non è tenuto a conoscere (tanto più se è un lettore esclusivo de “La Sicilia”) emerge la protesta di Vincenzo per l’abuso del nome della sua “famiglia”, la sua implorazione ad essere considerato come una “persona normale”, un “uomo qualunque”. Allora come si spiega una scelta giornalistica, che offende – è ovvio! – i familiari delle vittime di mafia, ma offende soprattutto il senso comune della maggior parte dei catanesi? Una chiave per comprenderla forse c’è. Giacché la lettera di Vincenzo Santapaola, più o meno concordata coi suoi avvocati, tra le righe dei ben comprensibili argomenti di difesa individuale che verranno vagliati in altra sede dai magistrati, contiene un messaggio culturale molto forte, che non può essere sottovalutato. “Ebbene, purtroppo debbo constatare – scrive – che il nome che porto è per me (come per mio fratello Francesco) una continua fonte di guai, a causa di persone, che, anche senza conoscermi, anzi nella quasi totalità senza conoscermi, usano e abusano del mio nome e di quello della mia famiglia. E ciò avviene quotidianamente in questa città, che non riesce a dimenticare pagine di cronaca e di storia ormai lontane e chiuse”. La cosa che colpisce di più è questo invito a dimenticare. Ci dica allora il direttore de "La Sicilia" cosa dobbiamo dimenticare e cosa no. *Docente di Storia contemporanea
Luciano Granozzi*
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